“La banalità dell’amore” di Savyon Liebrecht, regia di Piero Maccarinelli, con Anita Bartolucci e Claudio Di Palma. Al teatro Mercadante di Napoli
Arendt e Heidegger,
la passione al tempo del tradimento
I “delinquenti seriali” – come li ha chiamati in un’intervista l’ex tesoriere e senatore uscente del Pd Ugo Sposetti – che dall’interno del partito hanno distrutto la sinistra italiana, dovrebbero essere trascinati a forza al teatro Mercadante di Napoli. Vi si rappresenta La banalità dell’amore della scrittrice israeliana Savyon Liebrecht, con un bel gruppo di attori diretti da Piero Maccarinelli fra i quali Anita Bartolucci interprete di Hannah Arendt e Claudio Di Palma a fare Martin Heidegger. Il teatro è come la Storia, magistra vitae, e questo dramma ricorda che esiste una forma di crimine, non sanzionato dal codice penale, che è il tradimento politico, intellettuale, culturale.
Il dramma della Liebrecht non è semplice, neanche da mettere in scena, perché oscilla fra la dialettica, arte filosofica che muove le idee, e il dialogo che invece pertiene al teatro e fa avanzare l’azione. Lo spazio scenico è diviso in due luoghi deputati: la casa dove nel 1924 la diciottenne studentessa di filosofia a Friburgo Hannah si incontra clandestinamente con l’assai più attempato, per giunta sposato, professor Heidegger; e l’appartamento newyorchese della filosofa che nel 1975, reduce da un infarto, riceve un giovanotto, Michael Ben Shaked, che si spaccia per un ricercatore dell’archivio della Shoah dell’università di Gerusalemme. Michael è venuto ad intervistarla a proposito del famoso saggio sul processo a Eichmann, La banalità del male, che tanto ostracismo costò all’autrice da parte dell’establishment ebraico. La vicenda si svolge nell’alternanza fra questi due momenti e luoghi, l’intervista genera un meccanismo della memoria e fa scattare un dramma che trova le sue cause nel passato (il 1924) e produce conseguenze nel presente drammaturgico (il 1975) con la scoperta della vera identità del ricercatore.
Tuttavia la linea che congiunge le cose, il filo di ferro del testo, è sempre la relazione fra la giovane filosofa ebrea, che sarà costretta a fuggire dalla Germania hitleriana, e il grande pensatore tedesco che compirà il più grave crimine intellettuale, politico, culturale del Novecento, l’adesione al nazismo. Il tradimento del chierico. Con l’obbiettivo sproporzionato, ridicolmente piccolo, di riformare l’insegnamento tedesco, come sostiene il personaggio del dramma. Heidegger è colpevole di avere legittimato con la sua statura, la sua fama e il suo prestigio la peggior barbarie che una cricca di gangster abbia mai concepito e realizzato. La chiave dello spettacolo sta nell’evoluzione di questo rapporto che incomincia con quella particolare forma di attrazione che è l’erotismo dell’intelligenza e si conclude con l’amore per il carnefice. Non una sindrome di Stoccolma, ma qualcosa di più complesso, la scrittrice israeliana individua appunto una “banalità dell’amore”: la protagonista ama una grande testa che, attraverso un passaggio nel subumano, ha dimostrato di essere anch’essa ordinaria, umanamente piena di errori e di illusioni, posata sulle spalle di un tizio qualunque. La banalità del tale e del talaltro.
Spettacolo non semplice in certi dialoghi e in alcuni passaggi che una regia molto attenta si incarica di tenere ordinato e pulito, ché già le cose sono abbastanza complicate in partenza. Assai brava la coppia protagonista formata da Anita Bartolucci e Claudio Di Palma: lei interpreta la sua Arendt in modo semplice ma con spessore, arricchendola anche di un certo umorismo del quotidiano (la sempiterna ricerca di sigarette, che sono proprio un simbolo del Novecento); lui conferisce grande dignità a Heidegger senza però affettazione e riesce ad abbassare il filosofo a una condizione di uomo qualsiasi senza negarne la grandezza. Bravi anche Federica Sandrini, una Hannah giovane credibile che passa dalla soggezione nei confronti del maestro alla lotta intellettuale antinazista contro di lui; e Giacinto Palmarini, che fa Michael Ben Shaked.
Scenografie di Carlo De Marino, degli interni imponenti come il pensiero dei due filosofi, costumi di Zaira De Vincentiis che offrono un contributo decisivo alla definizione dei personaggi e dei periodi storici in cui si muovono.