“Favole di Oscar Wilde (per cominciare a leggerle)”, uno spettacolo di Giancarlo Sepe al teatro La Comunità di Roma
La vita è una finestra sul teatro del mondo
Ci sono degli spettacoli teatrali che non si dimenticano, che il ricordo riproietta sullo schermo della mente a intervalli irregolari, quando per esempio si sente necessità di una consolazione e la memoria dice all’anima: “Non vedi che la vita vale la fatica di vivere?”. Possono capitare serate come nell’autunno del 2001 al teatro La Comunità di Roma in cui il regista Giancarlo Sepe mise in scena Favole di Oscar Wilde con un sottotitolo che conteneva una sensazione di eremitaggio, Per cominciare a leggerle, come quando una domenica sera si riprende un vecchio libro quasi dimenticato nel tentativo di ritrovare le correnti interiori che si aprirono la prima volta, Il deserto dei tartari di Dino Buzzati per esempio, o Cent’anni di solitudine di Gabriel Garcia Marquez. Lo spettacolo avveniva prima e dopo la lettura, metteva in scena ciò che Wilde non aveva scritto sulla carta ma iscritto nel pensiero di Sepe.
Ci sono degli spettacoli teatrali che non si dimenticano e continuano a scorrere davanti agli occhi, diversi nel corso del tempo eppure sempre uguali come i giorni passati, tutti nati dalla notte e morti nella notte ma ciascuno unico e irripetibile nella sua storia. Dall’oscurità d’una scena che circondava una piattaforma semovente per sole trenta persone, compagne d’un viaggio nella luce del buio, uscivano dei volti e dei corpi tagliati dalla tenebra, delle apparizioni oniriche dimezzate dalla veglia dei sensi acuiti nella notte della rappresentazione. Una ragazza spiegava che i sogni non hanno un rapporto con il mondo visibile e poi da un taglio di luce scompariva nell’invisibile. Spettatore che fosti lì quella sera d’un quarto di secolo fa, ti ricordi i volti incorniciati da finestrelle? Ci sono cose altrettanto interessanti dei visi, tutti diversi e composti degli stessi elementi, bocca, naso, occhi, orecchie? La creazione è un ossimoro senza discordanza: il pensiero arrivò in quel momento dello spettacolo a chiarire che il teatro è filosofia in azione che si giova del dialogo in luogo della dialettica. Pochissime però le parole, il verbo di Sepe è la musica, Vivaldi, Gabriel Fauré, Camille Saint-Saëns, Georges Bizet e fors’anche una canzone scritta da un drammaturgo raffinatissimo, elegantissimo, sir Noël Coward, un inglese vittoriano novecentesco così inglese e vittoriano che a vederlo scendere da un cab si sarebbe potuto dire che questa mattina sir Noël Coward ha preso un taxi davanti a casa sua, al 17 di Gerald road, e gli ha chiesto di sbrigarsi a non andare da nessuna parte. Si scorgeva Oscar Wilde di profilo seduto al suo tavolino e al contempo visto dall’alto sulla soglia della porta mentre abbracciava una donna e ancora da solo sulla medesima soglia mentre osservava se stesso dall’altro lato della scena, in un gioco di specchi, in una sovrapposizione di tempi, di ore diverse. A guardarlo si sarebbe potuto dire che questa mattina il signor Oscar Wilde si è messo a scrivere ciò che non si può descrivere, uno spettacolo di Sepe su Oscar Wilde. Si sentiva cadere la pioggia, la pedana ruotava, l’ombra d’un uomo appariva sul muro se la memoria non inganna ma la memoria non tradisce, semmai aggiunge del non detto al detto, dell’invisibile al visibile e il cinguettio di un usignolo alla musica. Una donna veniva sollevata da qualcuno, delle mani nei raggi di luce, degli abbracci come fuochi nella notte. Una tenda svolazzava, una porta si schiudeva, un’illusione si chiudeva, un’anima si apriva. Corpi ancora si muovevano attorno allo spettatore, fantasmi di buia luce, mentre la piattaforma girava e chi guardava era guardato e chi pensava era pensato. Bisogna andare a rivedere Favole di Oscar Wilde (per cominciare a leggerle) che Sepe ha per fortuna rimesso in scena alla Comunità. Si può dipingere nuova memoria sulla tela della memoria, colore sopra colore, luce sopra buio. La vita è un’affacciata alla finestra sul teatro del mondo.